“I bagagli per restare – Essere giovani in Calabria”
Essere giovani in Calabria significa confrontarsi quotidianamente con scelte concrete e complesse: restare o partire? Questa decisione intreccia legami affettivi, opportunità professionali e desiderio di realizzazione personale. Da precise fondamenta prende forma “I bagagli per restare-Essere giovani in Calabria”, il libro (che Calabria Contatto ha sfogliato e vi presenta) autopubblicato e disponibile su Amazon a firma di Arianna Furleo, 23 anni, originaria di Catanzaro e Alessandro Zappalà, 26 anni, nativo di Sersale (CZ), non nuovi alle fatiche letterarie, con i quali abbiamo piacevolmente dialogato.
Arianna, laureata in Scienze della Comunicazione e social media manager freelance, ha trasformato la propria esperienza tra Calabria e anni universitari da fuori sede in uno strumento di osservazione della realtà, dando voce a emozioni, sogni e contraddizioni spesso taciute. Alessandro, rimasto nella sua comunità e impegnato come social media manager e copywriter, intreccia creatività e attivismo culturale, trasformando la sua presenza sul territorio in esperienza concreta da narrare. La loro collaborazione plasma un testo che si muove sulle corde espressive del diario personale e del saggio testimoniale, ove introspezione e sguardo critico si fondono, innescando un racconto generazionale privo di orpelli.
La scrittura sgorga da un’urgenza di sincerità e da un bisogno di condividere esperienze intime che riflettono le tensioni sociali dei giovani calabresi, come evidenzia Zappalà.
«Abbiamo deciso di scrivere questo libro per esprimerci con totale sincerità, condividendo idee che a lungo avevamo conservato dentro di noi. La scelta è maturata gradualmente, guidata dalle esperienze vissute e dalle domande che ci siamo posti lungo il nostro cammino. Ci siamo resi conto che era giunto il momento di fare un passo avanti. Sentivamo il bisogno di metterci alla prova come squadra, realizzando non solo un’opera creativa, ma uno spazio in cui poter manifestare la nostra autentica interiorità. Così, scrivere questo libro è diventato un modo per fermare, riflettere e dare forma a pensieri che prima erano urgenti per noi stessi e ora potevano raggiungere anche gli altri. È stato naturale cogliere il momento opportuno: pur partendo da esperienze differenti, ci siamo accorti di percorrere strade simili, condividendo emozioni, difficoltà e interrogativi. Questo ha aperto un confronto profondo, rivelando un terreno comune su cui far crescere la nostra identità. Le esperienze vissute ci hanno spinto a scrivere con uno sguardo critico e consapevole. Non abbiamo cercato di abbellire o semplificare la realtà, ma di mostrarla così com’è, con tutte le sue contraddizioni. Per questo abbiamo scelto di mettere nero su bianco ciò che sentiamo davvero, convinti che l’onestà possa creare uno spazio di riflessione e confronto per chi legge».
Questa presa di posizione sull’onestà narrativa introduce naturalmente il conflitto interiore dei giovani, che Furleo sviluppa con grande profondità. Le sue parole mostrano come le scelte individuali si intreccino inevitabilmente con il contesto sociale e culturale.
«Il libro nasce proprio da questo conflitto che molti giovani del Sud e della Calabria in particolare, percepiscono sulla propria pelle. Da un lato c’è il desiderio di merito, la voglia di costruirsi un futuro e la consapevolezza che spesso, per realizzarlo, occorre cercare opportunità altrove. Dall’altro persiste un legame profondo con la propria terra, con le persone e con le radici, che rende questa scelta tutt’altro che semplice. Ne deriva un vero e proprio sdoppiamento interiore: si cresce con l’idea che impegnarsi nello studio e nel lavoro significhi quasi inevitabilmente partire, perché altrove le possibilità appaiono più concrete. Allo stesso tempo, però, emerge una domanda difficile da ignorare: se chi ha competenze e possibilità lascia, cosa rimane dei territori da cui proviene? Per molti giovani della nostra generazione convivono così emozioni contrastanti. C’è il legittimo bisogno di realizzarsi e di trovare contesti che valorizzino il proprio percorso, ma anche un senso di responsabilità — a volte persino di colpa — verso la propria terra, che appare spesso bisognosa delle energie dei suoi giovani. Nel libro abbiamo voluto raccontare questa tensione senza giudicare le scelte altrui. Partire non significa tradire le proprie radici, così come restare non implica rinunciare ai propri sogni. Entrambe le decisioni sono complesse e testimoniano percorsi diversi ma ugualmente legittimi. Ciò che conta davvero è mantenere un legame con il luogo da cui si proviene: le radici non sono soltanto un punto di partenza, ma qualcosa che ci accompagna nel tempo».
Il passaggio dalla riflessione individuale a quella collettiva si fa evidente nella lettura degli equilibri dei piccoli centri, circa i quali Alessandro Zappalà mette in luce il peso dei legami sociali: la comunità può essere sostegno e protezione, ma anche vincolo che limita autonomia e scelte. La sua dichiarazione non è solo osservativa, ma suggerisce una critica implicita alle strutture di controllo sociale.
«Il piccolo paese può essere un luogo nel quale le persone si sentono realmente vicine e solidali. In questi contesti i giovani crescono spesso con legami duraturi e un sostegno che offre sicurezza e un senso di appartenenza. Tuttavia, tale intimità può trasformarsi in una forma di controllo sociale. Il fatto che tutti osservino e si chiedano cosa penseranno gli altri può influenzare profondamente la percezione che i ragazzi hanno di sé stessi. Si può avvertire la pressione di conformarsi alle aspettative della comunità, spingendo a comportarsi secondo ciò che gli altri si attendono. Anche la famiglia, guidata dall’affetto e dal desiderio di proteggere, può contribuire a questa dinamica trasmettendo tradizioni consolidate. Di conseguenza, alcune scelte — come decidere gli studi, la professione, le amicizie o lo stile di vita — possono apparire complesse per la paura di deludere o essere giudicati. Il peso di queste implicazioni è percepito diversamente da individuo a individuo, ma può modellare il modo in cui ci percepiamo e prendiamo decisioni. Alcuni giovani optano per restare e cercare un equilibrio tra tradizione e innovazione. Altri sentono l’urgenza di partire per sperimentare maggiore libertà. In ogni caso, comprendere come muoversi tra il senso di appartenenza e il desiderio di autonomia rappresenta una tappa fondamentale nella crescita personale».
Questa riflessione sulle cristallizzazioni locali si collega al tema della valorizzazione concreta del lavoro e del talento, con Arianna Furleo che rimarca come la creatività e la cultura possano diventare strumenti di sviluppo reale dei territori.
«Nel libro affrontiamo spesso il tema della precarietà generazionale, così come la percezione del lavoro, soprattutto negli ambiti culturali, creativi o legati all’innovazione. La difficoltà nel riconoscere queste attività come “vero lavoro” deriva in parte da un retaggio culturale radicato: per molto tempo il lavoro è stato associato quasi esclusivamente a professioni stabili, tradizionali e facilmente identificabili, caratterizzate da orari e ruoli definiti, come il posto fisso o il lavoro manuale. Tutto ciò che si discosta da questi schemi – scrivere, creare contenuti, lavorare nella cultura, nella comunicazione o nell’innovazione – viene spesso percepito come meno concreto o meno sicuro. A questa visione si aggiunge, nei contesti più piccoli o periferici, l’idea che la cultura e la creatività siano principalmente passioni personali, più che percorsi professionali. Chi opera in questi settori si trova quindi a dover giustificare continuamente il proprio lavoro, dimostrando che dietro ci sono impegno, studio e competenza. Eppure oggi la cultura e la creatività hanno un ruolo centrale anche sotto il profilo economico e sociale: producono valore, generano idee, creano opportunità e contribuiscono a costruire identità e comunità. Riconoscerle come lavoro significa guardare oltre gli schemi tradizionali e comprendere che lo sviluppo di un territorio passa non solo dalle attività consolidate, ma anche dalla capacità di valorizzare talento, pensiero e innovazione, elementi indispensabili per costruire un futuro sostenibile e ricco di prospettive».
A tal proposito, Zappalà continuando il ragionamento, introduce esempi concreti di iniziative giovanili, dimostrando che la presenza attiva nel territorio è già trasformazione fervente.
«Una delle energie più vivaci della Calabria risiede nei giovani che si avvicinano alla terra e ai mestieri artigianali con un approccio innovativo. Molti stanno recuperando terreni abbandonati, trasformandoli in piccole aziende agricole rispettose dell’ambiente, oppure riscoprendo antichi mestieri radicati nella storia locale. Non si tratta solo di guardare al passato con nostalgia, ma di costruire un futuro capace di valorizzare le risorse presenti. Allo stesso tempo emergono piccole realtà legate al turismo, alla rivitalizzazione dei paesi e alla promozione dei prodotti tipici. Diverse Associazioni e Pro Loco si stanno trasformando in spazi di iniziativa, dove i giovani organizzano eventi culturali, festival o progetti di valorizzazione territoriale. Tutto questo rivela il desiderio di restare e di incidere concretamente sul cambiamento. Esistono però numerosi ostacoli: la burocrazia complessa rallenta chi vuole intraprendere un’attività, a volte manca una visione politica chiara a sostegno di chi decide di restare, e la carenza di servizi e infrastrutture pesa. Nonostante le difficoltà, queste esperienze possono rappresentare una nuova opportunità per i territori calabresi».
E allora è questo il gioco cosciente della scrittura: creare per germogliare, inventare per costruire riflessi concreti.
«Se dovessimo scegliere un’unica parola, sarebbe consapevolezza. Vorremmo, una volta conclusa la lettura, che il lettore conservi e maturi una maggiore comprensione delle scelte che molti giovani affrontano oggi, soprattutto crescendo in territori come la Calabria. Non si tratta di trovare la risposta “giusta” tra restare o partire, ma di percepire che dietro ogni decisione ci sono storie personali, legami profondi, sogni e contraddizioni. La consapevolezza di appartenere a una generazione sospesa tra radici e futuro, tra il desiderio di realizzarsi e il bisogno di mantenere il legame con la propria terra. Se, al termine della lettura, il lettore si fermerà anche solo un attimo a riflettere su queste dinamiche, magari riconoscendosi in alcune di esse, allora il libro avrà compiuto il suo scopo»- confessano gli autori con la voce di Arianna Furleo.
Il libro offre uno sguardo analitico ma non arido anzi pulsante di slancio emotivo sulle dinamiche generazionali e territoriali, rendendo la vita quotidiana lente di osservazione di problemi strutturali, come precarietà, disuguaglianze di opportunità e tensione tra autonomia e appartenenza. La Calabria emerge come territorio complesso e vitale, in cui i giovani non sono spettatori, ma attori del presente, capaci di incidere concretamente sulle comunità, senza visioni romanticizzate o autocommiserazione sterile. Inevitabile per Calabria Contatto, Il riferimento a Vito Teti, l’ antropologo che ha battezzato la Restanza: restare non è sinonimo di ostinazione o di rassegnazione, ma partecipazione reale alla vita culturale e sociale del territorio, un atto che produce valore collettivo e identifica le nuove generazioni come plasmatrici attive di futuro, un domani attorno al quale si discute non per loro ma CON loro.
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