“Eva contro Eva”

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Quando la violenza è fuoco amico

La celebre top model Eva Herzigova, ospite a "Belve" nei giorni scorsi, minimizza il tradimento dell’ex compagno Marsiaj con delle frasi che non tardano a far discutere: “Il tradimento? È la donna che sceglie di stuzzicare quando l’uomo è debole”. Parole che sembrano, più che santificare il marito vittima di un momento di debolezza, difendere la sua scelta di perdonare l'onta subita e...se stessa. Come se la colpa fosse nel tenersi le corna o nell'aguzzina che le ha causate. Ovunque insomma, tranne che nella scelta di un uomo adulto e sano di mente. Donne che si scagliano contro le donne

Violenza Sulle Donne di Adriana Guzzi Calabria Contatto Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).
Questi i dati ISTAT sulla violenza di genere.

E questo è il mese in cui la stragrande maggioranza degli addetti al settore e non si dedicano alla sensibilizzazione di una piaga sociale che è ormai, stabilmente, preoccupante.
C’è una forma però di abuso invisibile che non trova spazio nei dati perché poco riconosciuta, denunciata e a volte persino menzionata: la violenza intragenere (violenza tra donne).

Eppure le conseguenze di questo fenomeno sotterraneo e sottaciuto trovano ampio nutrimento in quella cultura che affannosamente ci battiamo sul petto al grido di “patriarcato”.
Una parola denigratoria, un gesto scorretto, la risatina accomodante quando qualcuno svilisce la dignità di una donna che tanto non è la nostra, lo spietato sgomitare per brillare alla luce dell’approvazione, sono tutte manifestazioni annoverabili in un’altra piaga molto rosa, purtroppo : la concorrenza intrasessuale.
Un pollaio ai cui margini si siedono pazienti l’uomo e la donna di egual morale che pare trovi fondamenti in ragioni evoluzionistiche: si tratta in un certo senso di “marcare” il territorio della sopravvivenza mia e morte tua, se proprio qualcuna deve salire sul palco…
Poco importa se a far da scalino siano anime donne.

Quel palco, ricordiamolo, è sicuramente affollato da quel genere che ci affrettiamo a combattere come fosse un nemico comune, armate di qualsiasi mezzo se ci accomuna un torto o un’onta subita. Capaci di annientare mano nella mano se il fuoco nemico ha colpito entrambe.
E’ lo stesso, identico palco però dove impazza il trend del “CatFight”, il cosiddetto litigio tra due donne: “guerra tra gatte”
e nella cultura pop è un topos ricorrente, uno schema servito in tutte le salse tra film, telefilm, reality show (è perfino un tipo di pornografia).
Ingredienti chiarissimi: due donne che si azzuffano tra loro con graffi, schiaffi, urla e frecciatine per la goduria del pubblico.
Online spopolano le gif, i video e i meme sul tema e – neanche a dirlo – le donne in questione vengono spesso ridicolizzate e oggettificate.

Lo stesso, medesimo scenario dove si consuma quello spettacolo altrettanto impietoso dell’opinione ronzante attorno a un torto fatto a un’altra che non ci ha ancora sfiorate:
“Se lo è cercata, in qualche modo. “
“Si ma pure lei, però…”
“Se lo sarebbe dovuto aspettare, per certo.”
E via di lenti, inesorabili e costanti schiaffi e mortificazioni di una cultura che ci vuole spietate, in cui serve essere maschili per farsi strada, che sia un sentiero di approvazione, ruolo o attenzione.
Schiaffi che spesso hanno mani sorelle, bruciore di un fuoco amico.
C’è un silenzio atroce di cui non si parla in questo tempo: l’assenza di quella solidarietà femminile nel quotidiano che ci laviamo di dosso quando è ora di indossare le scarpette rosse delle stesse donne che dietro una tastiera o nella pausa caffè tradiamo sottilmente.
Eppure, immancabilmente.
Puntualmente.
Basti scorrere con dovizia di ricerca i commenti più feroci che si ostentano sul digitale come trofeo di cattiveria e che sfociano in una forma assidua di esibita violenza. Alle donne, intendiamoci.
E sono di altre donne.

C’è una frase che disse l’ex segretaria di Stato Madeleine Albright durante la campagna elettorale a supporto di Hillary Clinton:
“C’è un posto speciale all’inferno per le donne che non aiutano le altre donne.”
E ce n’è uno ancora peggiore per chi le donne le spinge per cadere, probabilmente. Un inferno tutto nostro, come delle generazioni future.
Non si tratta di un anatema karmico o del richiamo ai principi universali, si tratta di una triste constatazione sociologica di quel cambiamento radicale a cui aspiriamo per accendere una piccola fiaccola nel tempo che ci è concesso per lasciare una traccia di che genere di essere umano abbiamo scelto di essere.
Un lascito per le bimbe che verranno, che saranno.
Per quelle che stanno crescendo ora, che possano vedere una possibilità diversa dalle quote rosa e dagli slogan femministi.
Non si può e mai si potrà fare una rivoluzione senza le donne.
Non si può demandare solo ad un codice scritto in scarlatto la responsabilità di troppo sangue versato.
E di quella ignorata violenza che colore non ha, ma che è anche donna.
Abbiamo la nostra parte, inutile girarci attorno.
Ci spetta una fetta di vergogna o gloria nel nostro breve passaggio.
Per ogni volta in cui ci giriamo dall’altra parte perché non è nostra figlia, amica, sorella, madre.

In ogni piccolo atto di sostegno. Nei nostri NO a scelte che violino la dignità di una donna, che ne calpesti il dolore, che ne incoraggi l’umiliazione.
In ogni volta che, quando nessuno ci vede, possiamo provare a sostenerci a vicenda anziché competere per l’attenzione e per il potere all’interno dei gruppi sociali.
Un profondo cambiamento di mentalità è possibile solo se anche noi trattiamo l’altra con la stessa indulgenza che, troppo spesso, riserviamo a tutti tranne che a una donna.
Perché che si scelga o meno di essere madri in modo biologico, lo saremo in ogni caso delle bimbe che siamo state e di quelle che saranno.
E a questo no, non possiamo sottrarci.
E non ci fa onore tentare di farlo.

Quindi, rimane una domanda che troppo spesso non ci poniamo e che sarebbe ora, oggi, di farci : “ Se fossi io ?”

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