Femminicidi per caso, innocenti

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La riflessione di Adriana Guzzi tra attualità e tumulto emotivo

Comunicare la violenza: le responsabilità condivise fra media e opinione pubblica

Femminicidio e narrazione tossica: quando i media umanizzano il carnefice e processano la vittima

Al netto del sensazionalismo e della sete morbosa di dettagli sui fatti di cronaca più aberranti di questi ultimi giorni, resta da trarne qualche riflessione importante sulla comunicazione che accompagna dei sottesi culturali altrettanto spaventosi.

Tre casi: Sara, Ilaria e Giulia.

Tre ragazze, morte. Assassinate. Uccise in modo cruento e inaspettato da persone che conoscevano e di cui, per certo, avevano sopravvalutato l’umanità.

La prima fase mediatica: la colpevolizzazione della vittima

La prima fase del processo mediatico si attesta, sempre, sulla sottile ricerca di responsabilità altre.

Mi spiego, al centro dei primissimi servizi, se qualcuno lo avesse notato, c’è lo scandagliare i segnali che la vittima possa aver sottovalutato. E con lei la sua famiglia, amici, compagni, tutti tranne l’omicida o il presunto tale.

Il processo è in fase accusatoria, sul banco la povera ragazza morta e tutto il circondario che, sicuramente, deve aver trascurato qualcosa.

E via di audio di Sara per spiegare che lei “glielo aveva detto chiaramente” o “era stata chiara e anche in modo garbato”, insomma non lo aveva mica illuso eh.

Perché se lo avesse illuso?

Se ci fosse uscita con maniaco omicida?

Allora…

Niente da fare, la prima spaventosa matrice culturale ci porta a cercare di suonare entrambe le campane, in una sorta di imparzialità allucinante, per vedere se la vittima, donna, suoni qualche melodia di responsabilità perché allora…

E questo per ancora non ce la facciamo a credere che un omicidio non troverà MAI attenuanti nella vittima. E finché le cercheremo, ogni donna uccisa dovrà passere per il secondo omicidio della sua dignità assieme a quella della sua famiglia.

La seconda fase: l’umanizzazione del carnefice

Ma procediamo alla seconda fase del messaggio mediatico che è comune in questi casi: chi era il presunto mostro?

Il mostro era una persona tranquilla, perbene, era un “buono”. A detta di tutti. Ma tutti chi?

Stavo facendo colazione quando nelle parole della madre dell’assassino di Sara ho sentito questo aggettivo per ben due volte in poche frazioni di secondi.

È buono.

Ha sbagliato ma è buono.

E ho smesso di mangiare.

Il presunto mostro è un ragazzo qualunque, buono e tranquillo. Sottinteso: qualcosa deve essere successo, qualcosa deve averlo provocato, perché lui è un buono. Allora…

Tanto buono che in pochi secondi ha sferrato cinque soli colpi di coltello alla ragazza di cui era ossessionato, in punti cruciali, che non le avrebbero lasciato scampo.

Verrebbe da dedurre o che fosse abituato ad accoltellare gente da venirgli spontaneo o che avesse usato la lucidità necessaria per colpire a morte. Si, a morte un altro essere umano.

E qui viene facile il confronto con il caso di Giulia,

Troppo facile: a Turetta non viene riconosciuta l’aggravante della crudeltà. Le 75 coltellate, pare, fossero frutto della sua inesperienza, non di un accanimento violento e intenzionale sul corpo di Giulia.

Lui, giustamente, doveva provare più volte perché era inesperto, un omicida provetto, mica si può definire crudele pianificare il massacro di una giovane donna che di lui si fidava, suvvia.

Quindi, Argentino “il buono” presunto omicida doveva essere più esperto, o con più conoscenze di tecniche di “pugnalata fatale”, Turetta “il principiante” ha dovuto un attimo prendere la mano. In entrambi i casi, la crudeltà parrebbe tutta da interpretare. Da chi? Dai leoni da tastiera prima e dai giudici poi.

E Ilaria?

Ilaria è stata gettata in una valigia come spazzatura presumibilmente da tal Samson, prima di andare a mangiare una piadina e a sfogarsi con un’amica della ragazza.

Forse la madre lo ha aiutato a ripulire il suo sangue. Pare.

Le responsabilità culturali (che fingiamo di non vedere)

Vi è chiaro quanto fin qui?

La prassi è sempre la stessa, primo step: il passaggio ai raggi X della vita, dei modi e delle abitudini della vittima e di tutto il suo entourage alla ricerca di un succulento appiglio di responsabilità celata. Perché essere una donna ammazzata non è abbastanza.

Vogliamo di più.

Secondo Stop: Il lamento corale che umanizza il presunto assassino così da rendercelo più vicino, più affine, che il “può succedere a tutti” come fosse un incidente, ci avvicini alla disumanità di ciò che NO, non può e non deve succedere a tutti. A nessuno, in un mondo civilizzato per davvero, non solo con la raccolta differenziata.

La radice è sempre la stessa però, umanizzare il carnefice e processare la vittima.

Tutto ovattato da sdegno e odio sociale, sia chiaro, ma sotto sotto di questo si tratta.

Non siamo ancora pronti a dire e a rendere accettabile che NON esistono motivazioni umane e logiche al martirio in atto di donne che hanno la sola ed unica responsabilità di aver detto “NO”. E che è un diritto, non una colpa, pagato col sangue come se fosse acqua fresca d’estate.

Non siamo ancora abbastanza coraggiosi da dire che, spesso, un mostro è solo un mostro, senza se e senza ma. Un mostro, che invece di essere raccontato o spiegato, ne deve affrontare le conseguenze, con tutte le tutele garantiste fino al terzo grado di giudizio ovviamente, perché una famiglia andrà disperata a cercare di toccare la figlia amata e custodita sotto una lastra di marmo, ogni giorno. Fino alla fine di una vita dolorosissima.

Che in molti casi, il presunto colpevole, gode del supporto, connivenza e tutela di moltissime persone, molte più di quelle che, escluso il giorno del funerale, sorreggono il peso di una bara piena di tante vite spezzate per sempre assieme a quelle di Sara, Giulia e Ilaria.

E soprattutto, ci manca lo stomaco per ammettere che le braccia che lo sorreggono prima e dopo, spesso sono braccia di donne.

Femminicidio e narrazione mediatica: quale responsabilità condividiamo?

Donne.

Donne capaci di sentirsi lontane da quelle ragazze sul freddo tavolo di un obitorio, e che riescono però a mettersi nei panni di quell’uomo buono che un giorno, poverino, è impazzito. Si è innamorato ed è impazzito.

E a me che alcune ne siano le madri non solo non fa alcuna pena, ma mi fa orrore.

Orrore con una punta di disprezzo.

Perché c’è bisogno di madri e genitori che portino il peso dei figli che hanno messo al mondo e delle loro responsabilità, da genitori ed educatori, non di persone che cercano di pulire il disastro che hanno fatto i loro bimbi buoni a scapito di chiunque per non ammettere di aver fallito.

Invece io lo dico e lo scrivo: abbiamo fallito.  Da genitori, da educatori, da esseri umani.

Il tempo di scegliere da che parte stare

Se chiunque abbia voce in capitolo in queste orribili storie, continua a spenderla per umanizzare un’atrocità e renderla accettabile, per trovare un velato senso o giustificazione allora ne siamo conniventi di questo scempio.

Se l’aberrazione verrà lentamente assimilata come consuetudine, i mostri continueranno ad aumentare e le donne continueranno ad essere massacrate per infoltire i servizi di cronaca e gettare il boccone di morbosità in pasto alla massa. Una massa violenta e assuefatta.

E quindi mi chiedo e vi chiedo: cosa ci accomuna, in tutta onestà a quel mostro da rotocalco?

E cosa invece a Ilaria? Sara? Giulia?…

Bisognerà, prima o poi, scegliere ben oltre una tastiera da che parte stare.

E guardarsi le mani insanguinate ben oltre le giornate di scarpe e panchine rosse.

Guardatele.

Guardatele bene, prima di tornare su TikToK.

Prima di somministrare violenza e prevaricazione in ogni parola o piccolo gesto quotidiano, dentro e fuori la rete abituale  Un’ abitudine ormai più naturale della gentilezza, della compassione, del rispetto.

Prima di sottrarre tempo a ciò che ha valore per darlo a ciò che si può comprare.

Prima di difendere i nostri figli dal primo vagito fino al pannolone, perché è più semplice che educarli.

Guardatevi le mani, staccatele da tutto per un momento, osservatele con i volti delle donne che non potranno toccare mai più ben impresse in mente, e poi chiedetevi: di questa galoppante deriva umana, io sono poi così innocente?


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