SEZIONE A- POESIA
Antonio Pitaro
‘PORTAVA I CAPELLI LUNGHI’
Quell’uomo che aveva una camicia
Rosa portava i capelli lunghi.
Strofinava i sentimenti sugli anni
Che scorrevano,
Che erano pagine
Di un libro di cui nessuno
Ha lasciato un finale.Nei capitoli, come fotografie,
L’aria in macchina dal finestrino,
Una cena di gioia assordante,
Un letto che odora
Del profumo della vitaSi aggiungevano a trame
Che non hanno timore.Sfogliando senza guardare
Una pagina
Si é squarciata.Una carezza è stata identica
A un chiodo nello zigomo,
La compagnia si è vestita di solitudine,
Il cibo è diventato pietra
E La speranza del non conoscere
Ha preso la forma
Di sei blocchi di cemento.Non volendolo sapere,
Dopo uno sguardo
Giallo e deformato,
L’abbraccio è diventato un addio.C’è chi crede che urlare
Alle casse di legno
Riscriva le pagine.C’è chi ha pagine da riempire
E si disfa della penna.
Chi, strappate quelle altrui,
Non pensa che esistano i libri.C’è chi ha salutato
Pensando al domani,
Sapendo che ciò che oggi appare,
In pochi gradini,
Non lascia più traccia.Ed io
Quando guardo nel cielo
Strizzo l’occhio
Perché ti vedo.
Dentro la poesia – Il commento di Federica Nanci
Questi versi inediti tessono la trama di un’elegia moderna costruita attraverso il montaggio di ricordi sensoriali e riflessioni esistenziali, un percorso induttivo della memoria che procede dal particolare all’universale.
L’autore accetta la morte, lo squarcio della pagina, definitivo nella carne, ma l’addio si trasforma in un cartello stradale che punta dritto al cielo. Il linguaggio, colloquiale e però ricercato, si serve di figure che raggiungono ogni senso: la gioia è assordate, il letto odora del profumo della vita, l’uomo strofina i
sentimenti sugli anni.
Il poeta scava nel fango della memoria per trovare un “frammento di luce”. E lo fa alla maniera di Proust, convinto che un profumo o un dettaglio fisico possa riaprire interi “capitoli” di un’esistenza passata.
Quell’uomo che aveva una camicia / Rosa portava i capelli lunghi In Pitaro, come nel Pavese di Lavorare stanca, il carattere delle persone viene evocato dai dettagli fisici e dagli oggetti: la camicia rosa, i capelli lunghi, i segni di una personalità ribelle e anticonformista, elementi intrisi di un realismo “sporco” e malinconico.
L’uomo, l’amico, non viene ricordato con elogi ma con tratti sciamanico-quotidiani, rifuggendo patetismo eccessivo e grandi parole vacue. L’eternità si annida nel dettaglio banale e questo, scomparsa la persona, diventa relitto sacro.
Colpisce, di tali versi inediti, l’abilità di poetare sul quotidiano e sugli affetti con un tono piano, quasi domestico, capace tuttavia di improvvise accensioni liriche.
Una carezza è stata identica a un chiodo nello zigomo. L’immagine è crudele e spiazzante nell’ordito, ossimoro concettuale che ribalta l’aspettativa del lettore, evocando l’irruzione della morte con un ritmo che si fa sempre più serrato: la pagina si squarcia, la carezza diventa chiodo, la compagnia si riveste di solitudine. L’accostamento non ha margine d’appello: non aspira alla similitudine ma punta alla sostituzione estrema, iconografia della frattura-morte che spinge il dolore privato verso la dimensione sacrale e
universale.
Negli ultimi versi le carte si mescolano ancora, la poesia cessa di essere elegia, canto di lutto, e disvela l’invisibile, l’assenza che è presenza, come il luminolo che rivela le tracce del sangue già versato: linfa che s’attacca alla terra e lì rimane, anche quando le vene sono vuote.
Antonio Pitaro
Antonio Pitaro è nato l’1 agosto 2003 a Catanzaro, città in cui si è diplomato al liceo classico “P. Galluppi” nel 2021 ed in cui è attualmente studente di Giurisprudenza presso l’ ”Università Magna Graecia”.
Nel 2025 è risultato vincitore della VII edizione del concorso letterario “Calabria in Versi” – sezione poesia.
Nello stesso anno, nella città di Catanzaro, ha partecipato alla rassegna culturale “Cura d’Arte”, svoltasi al Museo del Rock del capoluogo calabro e ha dialogato con l’autore Emanuele Pinto durante un incontro organizzato dalla Libreria Ubik di Catanzaro relativo all’ultima raccolta poetica di quest’ultimo.
SEZIONE B- RACCONTO BREVE E ALTRE SCRITTURE
Daniela Pietragalla
‘ Senza il mio assenso non cadrà foglia’
Tra le righe- Il commento di Roberta Cricelli in dialogo con Chatgpt
Il racconto (in corso di pubblicazione sulla rivista “Calabria Letteraria”) si apre già dal titolo come una dichiarazione di poetica e di controllo simbolico sul reale.
Il verso, attribuito alla sensibilità di Wislawa Szymborska, è la chiave interpretativa dell’intero impianto narrativo: suggerisce infatti un mondo in cui nulla accade per caso. Il viaggio di Caterina è una discesa guidata dentro la Calabria e dentro sé stessa.
La narrazione si sviluppa come un sogno progressivo, in cui il passaggio dal reale al visionario avviene senza fratture nette. Caterina Marasca, inizialmente immersa in un’atmosfera di malinconia domestica fatta di pioggia, nostalgia e desiderio del Mediterraneo, viene lentamente avvolta in uno spazio altro, dove la Calabria si trasforma da luogo geografico a territorio mentale. Ogni elemento della quotidianità diventa soglia, apertura verso un canale più profondo della coscienza.
In questo movimento si inserisce una fitta trama di riferimenti letterari e culturali che sorregge l’intera costruzione narrativa. Il richiamo alla Divina Commedia di Dante Alighieri è centrale nella strutturazione del viaggio come esperienza iniziatica: Caterina intraprende un percorso che ricorda la logica ascensionale e rivelatrice del poema dantesco. Scilla e Cariddi, le coste, le montagne e le fiumare sono tappe di una geografia interiore in continua trasformazione.
All’interno di questa dimensione simbolica si collocano anche i Bronzi di Riace, che assumono un valore che va oltre la connotazione storico-archeologica: diventano presenza viva, memoria incarnata di una classicità che non appartiene al passato, ma continua a riemergere nel presente. La Calabria si configura così come un palinsesto temporale in cui epoche diverse convivono e si sovrappongono, dissolvendo la linearità del tempo.
La scrittura procede per immagini sensoriali, costruendo un tessuto narrativo in cui il paesaggio pare tangibile. Il ricorso all’intelligenza artificiale non sacrifica la sensibilità culturale ed emotiva dell’autrice, ma la condensa in una curiosa formula trascinante. Il volo attraverso la Calabria (dalla Sila all’Aspromonte, dalla Costa Viola alla piana di Sibari) coniuga la geografia a un’esperienza emotiva e percettiva: profumi, luci, colori e silenzi diventano linguaggio narrativo, contribuendo a una costante declinazione poetica del reale.
Lungo il sentiero assume un ruolo centrale la figura di Mastrangelino, alter ego trasfigurato del cane dell’autrice. L’animale rappresenta un limite vivente tra realtà e immaginazione: creatura affettiva e insieme mitica, è ciò che lega il quotidiano alla dimensione simbolica del racconto. La sua funzione non è accessoria, ma strutturale: Mastrangelino guida, interpreta, accompagna e soprattutto traduce il paesaggio in rivelazione.
Attraverso di lui, la Calabria prende voce. Mastrangelino incarna una doppia natura: da un lato la tenerezza domestica del legame affettivo, dall’altro la dimensione archetipica della guida spirituale. È per questo che può attraversare il cielo, sollevare Caterina, condurla oltre la porta del reale: appartiene a un livello intermedio tra mondo sensibile e immaginario poetico.
Il rapporto tra Caterina e Mastrangelino si fonda su una forma di fiducia assoluta, quasi di abbandono. Caterina si lascia portare così come ci si lascia attraversare dalla memoria quando diventa sogno. Mastrangelino, a sua volta, non consola soltanto, ma costringe a guardare, a vedere davvero ciò che la
Calabria le mostra tra bellezze e ferite.
Anche nei momenti di massima espansione visionaria, la sua presenza resta il punto di equilibrio del racconto: è ciò che tiene insieme il visibile e l’invisibile, la materia la suggestione, il ricordo e la mutazione.
Quando infine si dissolve nella luce, non scompare realmente, ma si ritrae nella dimensione da cui era venuto, lasciando Caterina e il lettore nella consapevolezza che il viaggio non è stato un’immersione incosciente nella coscienza radicata a una terra complessa ma densa di luce.
Il riconoscimento ottenuto — primo posto al concorso “Calabria in versi” 2025, dedicato alla memoria della poetessa Giusi Verbaro, nella sezione “altre scritture” (poi accorpata nel 2026 al racconto breve) — si inserisce coerentemente in questo quadro. Il racconto risponde infatti in modo diretto al tema proposto, “Calabria: un sogno nel Mediterraneo”, trasformandolo in esperienza narrativa concreta: non un semplice sogno della Calabria, ma la Calabria stessa come sogno governato da una regia invisibile.
È una Calabria che non cade “senza assenso”, perché è essa stessa, nel sogno, a dettare le regole della visione possibile.
Daniela Pietragalla
Valicando qualunque canonica definizione professionale e personale, l’autrice ama oggi considerarsi “una italianista che, dopo aver compreso il potere terapeutico della scrittura, è diventata psicologa”.
Cammina con Antonio, Daniela e tutti noi, partecipa a Calabria in Versi e aspetta i prossimi “episodi” per scoprire di più sulle giurie dell‘ottava edizione!
con il Patrocinio di
collaborazione editoriale di
con il contributo di
Calabria Contatto è un’Associazione no-profit. Ogni giorno selezioniamo le migliori news e le proponiamo ai nostri lettori in forma totalmente gratuita. Le nostre pagine sono una vetrina a disposizione di chiunque voglia promuovere la cultura, la storia, le tradizioni e le eccellenze di questa splendida ma sottovalutata regione. È un lavoro quotidiano che svolgiamo con passione e dedizione da diversi anni. Se pensi che tutto questo sia utile, se credi che la Calabria abbia bisogno di esser valorizzata, riconosciuta ed apprezzata, aiutaci sostenendo il nostro progetto. Un piccolo contributo manterrà gratuito il nostro sito web e darà voce alla Calabria.






