La Lunga Luce d’Ombra: Natalia Ceravolo su Marianna Procopio

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Da Marianna Procopio alla letteratura del Novecento: il riscatto delle donne del Sud tra radici, marginalità e universale bellezza.

l sentimento della periferia e del distacco dal mondo, superato attraverso lo studio, il viaggio e la consapevolezza di custodire l'identità di "figli di provincia" con grazia.

La Lunga Luce d’Ombra: Quando il silenzio diventa letteratura

Nel chiarore aspro e accogliente in cui la Calabria si muove prende vita il volume firmato da Natalia Ceravolo per la collana Meridiane. Storie ritrovate delle donne del Sud (ideata da Isabella Pedicini e pubblicata da De Nigris Editore).

L’architettura del tempo: Le meridiane della memoria e la genesi dell’opera

Se si volesse trovare un’immagine guida per decifrare quest’opera, bisognerebbe pensare alla struttura di una meridiana. Una meridiana non misura il tempo con il ticchettio meccanico di un orologio moderno, ma vive grazie al sole e, nondimeno, accoglie l’ombra per tracciare il passaggio delle ore. In pari misura la scrittura di Marianna Procopio affiora da una penombra esistenziale, da una vita trascorsa a Bovalino tra le pareti domestiche, segnata da un’istruzione minima e da fatiche quotidiane talmente intense da apparire indicibili. Dal punto di vista critico, la recensione non può che lodare la finissima operazione di scavo filologico ed esistenziale compiuta dall’autrice.
Come racconta la stessa Ceravolo, l’impulso iniziale è nato quasi per casualità e ricerca.

«Mi sono avvicinata alla figura di Marianna Procopio per puro caso, perché per ragioni di studio avevo letto un saggio che parlava di Mario La Cava. Lui citava appunto l’esistenza di questa madre poetessa o comunque voce narrante. Tutto quello che ho carpito deriva dalla lettura delle sue poesie che sono riuscita a rintracciare attraverso una ricerca di bibliografia e consultando l’unico testo originale delle sue poesie che è custodito in una biblioteca in Calabria».

Questo percorso si è inserito organicamente nel progetto volto a fare riemergere le voci dimenticate.

Il progetto Meridiane aveva proprio lo scopo di ridare luce alle voci in ombra, da qui il titolo e l’occasione propizia- spiega l’autrice.

Copertina fronte retro del libro Natalia Ceravolo Calabria ContattoI testi di Marianna non nacquero su pregiati quaderni di carta vergata ma si depositarono come un pulviscolo su supporti di fortuna: strappi di imballaggi, involucri che avevano custodito generi alimentari o piccoli beni di consumo. Questa materia poverissima divenne lo scrigno di una confessione nuda, non destinata ad alcun pubblico. La scrittura scaturisce da una profonda e lacerante necessità interiore: l’esigenza di sopravvivere al lutto devastante per la scomparsa della madre.

Dal punto di vista stilistico, la penna della Ceravolo analizza con grande acume narrativo questo “buco nero” emotivo, mostrando come la pagina scritta abbia una funzione ben più che consolatoria e costituisca un argine contro il caos della perdita. La morte, nella prospettiva culturale e intima che emerge dalle pagine, non taglia i ponti con chi resta; i defunti continuano infatti a popolare i sogni con una concretezza disarmante, tornando a camminare tra le stanze, a stringere cesti o a chiedere del vino con la stessa urgenza della vita terrena. Il diario si trasforma così in un ponte ininterrotto tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
A tal proposito, la studiosa rivendica con forza il valore della dimensione sognante spiegando che:

«L’aspetto onirico è forse la parte in cui mi sento più chiamata in causa e “figlia” della Procopio, poiché il sogno possiede una dimensione reale in cui credo fermamente. In esso emergono a volte contenuti simbolici dall’inconscio, dal subconscio o da altri mondi della nostra mente».

Parallelamente, riflettendo sul culto dei morti e sull’etica della cura radicata nella cultura meridionale, l’autrice osserva come

«Marianna senta un dovere, che però è un dovere che fa rima anche con l’amore, quello di non lasciare da sola una madre morente. Il culto dei morti in Calabria è qualcosa di metafisico. Il credere nel loro ritorno in maniera talmente concreta da avere necessità di cibo (offerto dai vivi per accoglierli), secondo me è abbastanza metaforico di quanto la loro presenza sia quasi tangibile e di come sia labile il confine tra la vita e la morte».

Nelle pagine del volume, la critica letteraria si fonde con la commozione. Come si comprende dalla recensione implicita che attraversa l’opera, a guidare la scrittura è un sentimento di profondo rispetto.

«E restiamo quindi qua, Marianna: tu a scrivere a matita osservando il mare o forse gli ulivi o forse le strade di pietra e io a scrivere di te, sperando di non aver rovinato quel tuo silenzio voluto e bellissimo. Perché le cose belle hanno il passo lento e pure la voce bassa, mi pare» – chiosa Ceravolo.

La cronaca amara della commedia umana e la modernità dell’autofiction

Accanto alla dimensione elegiaca e luttuosa, la penna di Marianna Procopio si rivela di una lucidità tagliente nel registrare la realtà circostante. Sotto il profilo recensitorio, il libro si apprezza per la sua capacità di smontare ogni stereotipo regionalista. Come evidenzia la ricercatrice, la prospettiva della Procopio nasceva da una condizione ben precisa:

«Penso che la Procopio sia stata proprio frutto della cultura rurale e anche un po’ patriarcale di quei tempi. I suoi erano degli occhi inaspettati che guardavano con ironia, sfruttando il potere che quella scrittura materica ha di analizzare le cose con estremo realismo. La sicurezza di non costituire un pericolo, di passare inosservata le ha dato la possibilità di essere una schietta osservatrice della realtà».

In assenza di qualsiasi concessione al pittoresco, Marianna Procopio si fa cronista acuta e irriverente della sua epoca. Nei suoi appunti sfilano con pochi tratti memorabili:

  • Figure di notabili locali e tecnici che gestiscono con spregiudicatezza i fondi destinati alla comunità dopo il catastrofico sisma del 1908.
  • Ritratti di parenti mossi dall’avidità e di nobili decaduti incapaci di fare i conti con la propria miseria.
  • Comparse quotidiane come le “zitelle” intrappolate in un’eterna attesa o figure grottesche del potere locale, descritte con un piglio teatrale e profondamente tragico.

Questo sguardo restituisce appieno il principio politico della memoria:

«Io credo molto in un ideale che ci deriva da Michela Murgia, il personale è politico: cioè quando noi riusciamo ad identificare nella nostra vita dei macro temi che possano riguardare anche gli altri, quella cosa lì è universale e questo accade con la scrittura di Marianna».

In merito al legame familiare che ha permesso la conservazione di queste carte, viene precisato che questa materia viva e carsica fu infatti intercettata e salvata dall’oblio grazie all’intuizione del figlio della scrittrice, il noto autore Mario La Cava, il quale seppe raccogliere quei fogli dispersi tra cassetti e sedie, traghettandoli dapprima sulle pagine della rivista fiorentina Letteratura nel 1937 e infine, nel 1962, nell’edizione curata per Rebellato.

«Il rapporto madre-figlio è stato all’origine di questo lavoro di conservazione, di memoria e anche di rivalutazione ma credo sia stato solo una spinta, un incipit. Io ritengo che Mario La Cava sia stato spinto letteralmente dalla consapevolezza che quanto scritto dalla mamma Marianna avesse un valore a prescindere dal legame estremamente autentico e affettivo».

Da una prospettiva puramente letteraria, il saggio di Natalia Ceravolo dà prova di grande maturità analitica inserendo questa voce a pieno titolo nella modernità, anticipando le forme dell’autofiction, giacché come lei stessa puntualizza:

«La lingua utilizzata è arcaica e non strutturata per l’opera di Marianna Procopio per via della sua estrazione e in questo sta la sua forza. Può considerarsi un’avanguardista. Ha intuito che esiste un elemento universale in un dolore privato: il lutto è un’esperienza che tutti, chi prima chi dopo, ci troviamo ad attraversare».

Ricordando la ricezione critica e il dibattito sulle riviste, Natalia Ceravolo rimarca:

«Quando il nome di Marianna Procopio fu inserito nell’importante rivista letteraria fiorentina si crearono due grandi fazioni. Da un lato vi era la curiosità, dall’altro l’allerta di chi probabilmente temendo questa voce nuova la definiva un fuoco di paglia. Il fatto è che, bene o male, oggi fortunatamente ne stiamo riparlando».

Confrontando la voce di Marianna con quella di altri autori del Novecento calabrese, l’autrice riflette sul senso di appartenenza e sul riscatto, notando che:

«Tra la voce di Marianna Procopio e quella di altri scrittori calabresi, esistono profonde assonanze, prima fra tutte la condanna a una miseria che nella cultura del Sud appare sistemica e dinastica, un destino in cui, per quanto si lotti per cambiare rotta, si finisce sempre per ritornare allo stesso punto di partenza. Un concetto che la letteratura calabrese del Novecento ben conosce e combatte, alimentando quella tristezza legata al sentirsi geograficamente lontani dal resto del mondo. Se potessi esprimere un desiderio con una lampada magica vorrei approfondire questo sentimento insieme agli intellettuali di quel secolo , per capire come percepissero davvero quella distanza. Io stessa, avendo preso un treno e studiato fuori, ho compreso che la ricchezza culturale e sentimentale ricevuta dalla mia terra è di natura universale, tale da non farmi sentire più lontana, pur conservando con grazia e gelosia le sfumature uniche dell’essere figlia di provincia. Abbraccerei ciascuno di loro dicendogli che in fondo là fuori chiunque si sente lontano da qualcosa a cui ambisce. Tra le differenze più marcate fra Marianna e altre penne a lei contemporanee, spiccano la divergenza sociale (Procopio era un’analfabeta a fronte dei solidi studi classici o scientifici dei suoi conterranei) e il peso specifico dell’essere donna in quella Calabria, che ha finito per gettare un’ombra più gravosa sul suo percorso».

La visione editoriale

Copertina frontale libro Natalia Ceravolo Calabria ContattoIl progetto Meridiane risponde all’urgenza di dare nuova voce a figure passate inosservate o poco ascoltate, facendosi carico di esistenze che meritano di essere custodite e sottratte all’oblio. L’impegno profondo della studiosa si riassume nell’ideale di un patto di staffetta letteraria: “Tu continua a scrivere con la tua matita io continuerò a parlare con la mia voce”.
Questo approccio scardina i vecchi pregiudizi che per troppi anni hanno etichettato la letteratura femminile come un genere minore o confinato a un pubblico esclusivamente di donne.

L’esempio di Jane Austen e del suo Orgoglio e pregiudizio, esplicita Natalia Ceravolo — spesso liquidato sbrigativamente come romanzo sentimentale, anziché riconoscerne lo spessore di una spietata analisi politica dei contratti matrimoniali e delle dinamiche economiche — dimostra come le autrici sappiano celare concetti ampi dietro le metafore, partendo da dettagli apparentemente minimi per interrogare i massimi sistemi e la tossicità delle relazioni. Dotate di un pensiero laterale acuto e meno pragmatico, affinato per osservare molteplici aspetti in contemporanea, le scrittrici offrono un’analisi sociale di straordinaria accuratezza, confermando a pieno titolo il successo e la centralità di collane coraggiose come Meridiane.

Un consiglio di lettura

Utilizzando una prosa che rifugge ogni accademismo e si affida interamente alla forza evocativa dello stile, con La lunga luce d’ombra, Natalia Ceravolo firma un lavoro di profonda empatia critica. Restituisce  una recensione di spessore e ci dona non una semplice biografia ma il racconto avvincente di una donna che, partendo dai margini più estremi della società, ha saputo consegnare alla posterità un’indimenticabile testimonianza di resistenza interiore e di verità.

Natalia Ceravolo

Nata in Calabria e laureata in Giurisprudenza all’Università di Pisa, si è poi stabilita a Torino, dove ha frequentato la Scuola Holden. Oggi collabora attivamente con diverse case editrici e scrive per Donna Moderna, Confidenze, Ex Libris 20 e riviste di critica letteraria. Docente di Diritto ed Economia, curatrice di eventi culturali e voce domenicale dei libri e delle narrazioni contemporanee su Radio Capital, è attualmente in libreria con l’albo illustrato Il posto dell’errore (Saremo Alberi Editore) e con il saggio La lunga luce d’ombra (De Nigris Editore), inserito nella collana Meridiane.


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Autore

Silenziosa osservatrice dalla penna loquace. Classe 1995. Convinta che per raccontare il mondo con spiccata vena poetica occorra conoscerne le dinamiche interne è laureata in Sociologia presso l’Università degli Studi "Magna Graecia" di Catanzaro e studia Metodi e linguaggi del giornalismo presso l’Università degli Studi di Messina. Collabora con diverse testate giornalistiche del territorio, scrive per necessità emotiva qualcosa che somiglia alla poesia. Ama la sua Calabria, terra di contraddittoria bellezza.

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