Proiezioni di un passato dissepolto

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Testo critico a cura di Gianfrancesco Solferino

La prassi dell’artista è poesia e al tempo stesso esplicazione di un lungo travaglio interiore.

L’arte, come un incendio che divampa, attraversa irrazionalmente l’esistenza di chi le dà forma, consuma nell’irrequietezza l’anima, la divora intimamente, la purifica, incenerendo quanto dell’uomo-artista non riesce compiutamente ad esprimersi nel tradurre l’intuizione in un corpo sensibile. In nome di questa misteriosa forza, ineluttabilmente feroce, il fuoco demiurgico genera nell’artista la necessità di costruire maschere fatue, diaframmi tra la sua anima e il mondo che lo circonda affinché la meta realtà, ascosa per un mistero insondabile in lui, non venga aggredita, offesa, sporcata dalle mani di chi ha imparato a prezzolare il frutto del suo più intimo travaglio. Angelo Ventimiglia, non per scelta ma per una vocazione innata, ha lasciato scivolare dal suo volto qualsivoglia infingimento: l’opera delle sue mani, infatti, racconta la sua giovane vita, i suoi sogni, tradisce con una dolorosa veridicità la sua sofferenza, serenamente ricostruisce il suo cammino di uomo, la sua fragilità di artista, la grandezza di un impegno verso la storia e la cultura della sua terra. Un amore purtroppo non riamato. Il nitore che alberga fulgente e irrequieto sulle superfici che egli ha sbalzato nell’insonne tempo della creazione, ha lo stesso candore della sua pelle, quasi albina, e al tempo stesso ha grumi improvvisi di ombra rappresi nei sottosquadri di una materia soggiogata con tracotante sicurezza.

È perciò facile lasciarsi prendere per mano da questa poetica che danza disinvoltamente tra le testimonianze artistiche del passato mega-ellenico e le intuizioni cromatiche e materiche di una contemporaneità che sa riconoscere e ubbidire all’autorevolezza del passato facendosene carico, diventandone cornice e valorizzazione. Un processo ambizioso, probabilmente ardito, ma proprio per questo intrigante quanto – a nostro avviso – riuscitissimo. Come possono le forme del passato già “vivere” nel futuro? Come può l’imbarazzante bellezza della classicità nascosta nei profili muti delle monete, dei rilievi, dei frammenti scultorei, ri-vivere su placche di metallo sbalzate, punzonate e “montate” come gemme antiche dentro castoni di materia aspra e vibrante? Forse lo splendore perduto di questo lembo d’Italia, consacrato alla storia dalla magnificente prodigalità dei coloni greci, può oggi rivivere in cammei senza tempo, senza spazio, senza luogo concreto? Per Angelo Ventimiglia ciò si è già concretizzato. E il senso più recondito di questa audace, lungimirante operazione risiede nella modestia del suo sentire, nell’accattivante efficacia del suo dire, nella prepotenza del suo esprimersi. Tra gli ulivi di Villapiana, dove ha conosciuto la sofferta dignità del lavoro dei suoi genitori, Angelo ha imparato a guardare quello specchio di Jonio dove oltre duemila anni fa sbarcarono i primi Greci per fondare Thurii. Le zolle di terra morbida dove i piedi di bambino affondavano nei giochi estivi sono divenute cave di materia viva con la quale impastare i suoi primi sogni d’arte.

I calendari ormai in disuso sono stati i blocchi da disegno della sua infanzia, il carbone del focolare il primo lapis col quale disegnare forme interminabili e i volteggiamenti del suo pensiero. Poi, attraverso la quotidiana confidenza con una tecnica nata spontaneamente, il coraggio dell’intuizione si è fatta arte dell’incisione e dello sbalzo, ed ecco quelle lamiere zincate, ormai arrugginite e in disuso diventano i primi “luoghi” dell’incontro materico con la prassi. La mano cesella timida, insicura. Fatica ma… si lascia emozionare! L’occhio, infatti, già percepisce che nel negativo del lavoro alberga la forma corretta da osservare rivoltando la lamiera. Una tecnica antica – quella del cesellatore – sperimentata per caso e divenuta senza pretesa alcuna lo strumento per esprimere l’ammirazione per il patrimonio mega-ellenico, restituito generosamente dal sottosuolo meridionale. Così affiorano dall’evanescenza delle lamine antiche forme sbalzate, profili taglienti e volti degli dei, uomini della storia e creature mitologiche che intrecciano i loro destini attraverso il canto dell’epos. Come una galleria di ritratti, Angelo li racconta uno ad uno rileggendo con acribia i reperti più belli e le vicende storiche che essi sottacciono. Completato il lavoro sulle lamine, una materia “nuova”, disomogenea a frastagliata, talvolta dai colori contrastanti, si prepara ad accogliere queste gemme metalliche perché il loro messaggio venga materialmente strappato dall’aura archeologica e proiettato nel futuro. I passe-partout creati dall’Artista non hanno una consequenzialità logica con il soggetto ospitato.

Essi sono materia silente, massa sbozzata, scevra da qualsiasi protagonismo. L’equilibrio tra il colore e le lame di luce metallica, tra le forme astratte e le linee antiche dei soggetti sbalzati è un’alchimia sottile e pensata, sofferta e ben congeniata. Guardando le opere di Angelo Ventimiglia la mente torna a immaginare un tempo non troppo lontano e lo vede già proiettato verso una realtà equidistante ma imprecisata, il tempo che verrà. Così si ricompongono gli spazi vuoti di questa contemporaneità, troppo spesso muta e desolante. L’artista di Villapiana, nelle cui vene scorre sangue arbërëshe, racconta ai nostri giorni un piccolo miracolo dell’arte: egli non guarda al passato per interpretare il futuro, ma per dargli un’identità concreta e parlante. Quel futuro, in una Calabria oggi troppo disattenta e clientelare, ha la voce e le forme dei Greci, ha ancora spazi di accoglienza al nuovo, al diverso. Quel futuro ha sembianze familiari e una cultura intrisa di linguaggi comuni.

È un futuro pieno di certezze e di bellezza. La stessa bellezza che traspare dalle opere di Angelo Ventimiglia.


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